lunedì 31 agosto 2015

Sense8, giro di boa

Ieri in tv c'era Lupin, la nuova serie, famosa soprattutto per la sigla cantata da Moreno. Ero deciso a evitare di assistere al tartassante e pietoso spot in sovraimpressione di Mediaset Premium che ogni tre per due ricorda di abbonarsi perché sì.
 
E così, ovviamente, ho continuato a vedere Sense8. 
Come da titolo, sono al giro di boa. Metà serie è andata e ora voglio soltanto condividere il mio entusiasmo, che spero di conservare fino alla dodicesima e ultima puntata. Mi piace, perché ci sono dei personaggi interessanti, che è quello che mi importa di più quando guardo qualcosa, al di là della trama. 

Ho iniziato a seguire Sense8 tra un rewatch di Lost e l'altro. Viene da sé, in modo molto naturale, paragonare le due serie. Le cose in comune sono diverse, e non parlo della presenza di Sayid/Jonas e delle due protagoniste coreane che condividono il nome "Sun". 
Sia Lost che Sense8 parlano allo spettatore attraverso le esperienze di un folto numero di protagonisti, il che è spesso un bene e fonte di ispirazione per i fan. I personaggi hanno paura, sono costantemente in bilico, spaventati e incastrati tra realtà e... altre percezioni, diciamo così. 
 
Quel che mi aspetto di vedere, e allo stesso tempo mi preoccupa di Sense8, è la trama orizzontale. Al momento non ce n'è una - o meglio, si può intuire qualcosa. Immagino sia presto, ma vorrei che decollasse. Se dovessi trovare un difetto è proprio la lentezza. All'inizio di una serie ci sta e può essere giustificata, ma un certo punto c'è bisogno di sbloccarsi, giusto? 

Dicevo, i personaggi. Alcuni sono veramente fantastici. I miei preferiti per adesso sono Riley, Nomi e Sun. Sì, tutte donne, perché i maschietti stentano un po', Lito a parte.

Be', continuerò e ne riparlerò alla fine della prima stagione. Per ora, un bel prodotto di intrattenimento. 

Sense8 è schietto, senza censure, intelligente. Passa da momenti di pura ansia ad altri più leggeri, da nudi integrali a sensualissime "ammucchiate".



mercoledì 26 agosto 2015

Il mio altrove


Ecco una delle cose che ho scritto in questo periodo. L'ho riletta solo un paio di volte. Mi andava di condividerla qui. Non è un racconto, non troverete una trama. Nessun inizio, nessuna fine. Per me è stato un po' come sfogarmi, fare esercizio e mettere per iscritto qualche pensiero contorto. Il trailer di Suicide Squad ha contribuito all'ispirazione.  Sono due parti. In realtà avrei dovuto continuare ma ho deciso di fermarmi qui. Due scene.




L’erba rigogliosa della collina era tinta dalle accese sfumature del cielo al tramonto. La sera era sempre più vicina e il sole offriva volentieri, secondo dopo secondo, il suo posto alla luna. La ragazza aveva gli occhi chiusi, la schiena a contatto con la terra e le braccia lungo i fianchi.
«Questa non è casa mia» farfugliò tra sé.
Il suono delle parole precedette di poco l’arrivo di una figura alta e snella.
«E perché no?»
La ragazza con gli occhi chiusi si sollevò di scatto, poggiandosi sui gomiti. Aveva la pelle chiara, un paio di occhiali dalla montatura spessa che cadevano scomodi sul naso e un intrico di capelli ramati. Aperti, gli occhi erano di una tonalità dorata. Grandi, luminosi e spaventati. «Perché non c’è nulla di familiare» rispose con voce tremante. «Ci conosciamo?»
La sagoma sottile apparteneva a una donna. Osservandola con più attenzione si poteva notare che era molto giovane, nonostante le forme del corpo facessero intendere diversamente. L’inganno era prodotto anche dal camice che indossava, uno di quelli bianchi immacolati da medico, con un taschino dal quale spuntava una penna e un fazzoletto.
«Sono la dottoressa Quinzel» spiegò la donna, ma scoppiò subito a ridere. Quindi la ragazza con gli occhiali si mise in piedi, strabuzzò gli occhi e fece un passo indietro.
«Ti chiedo scusa, non volevo mancarti di rispetto» chiarì la dottoressa alzando le mani sopra la testa.
«Rispetto?»
«Sì, quella cosa che dà fastidio a molta gente, me compresa» rispose la Quinzel arrotolando all’indice della mano destra una ciocca di capelli. La chioma era scompigliata, di un biondo spento, con sfumature azzurro e viola pastello appena accennate sulle punte.
«Qual è il tuo vero nome? Cosa vuoi da me? Ora non si può nemmeno stare un po’ in pace…»
La Quinzel sorrise e spalancò gli occhi, come se fosse l’unica reazione possibile in risposta alla collera e al nervosismo manifestato dalla ragazza con gli occhiali.
«Harley. Adesso mi chiamano tutti Harley».
Le due si osservarono a vicenda per qualche secondo senza aprire bocca, mentre il sole cadeva pigro dietro l’orizzonte.
«Juliet. Il mio nome di sempre».
«Mi piace!» commentò entusiasta Harley, così afferrò la mano di Juliet e la baciò, sfiorandone il dorso con le labbra.
Non essere a proprio agio è una cosa molto spiacevole. È l’imbarazzo. Ci fa sentire impacciati, indifesi e piccoli. Sparire è l’unica cosa a cui pensiamo in quel preciso momento, come pure desiderare che la situazione cambi immediatamente.
Juliet non sparì, né cambiò qualcosa nei minuti che seguirono; perché Harley, sorridente ed equivoca, non aveva alcuna intenzione di andar via, scendendo dalla collina.
«Non sei una dottoressa. Se non ti dispiace vorrei rimanere qui ancora un po’».
«Questo è magnifico!» esclamò Harley con una piroetta.
«Da sola» puntualizzò Juliet.
«Questo decisamente no» rispose Harley, portando verso l’esterno il labbro inferiore.
L’espressione della giovane donna poteva ricordare una bambina non più grande di sette anni, viziata e anche un po’ discola.
«Sparisci» disse Juliet, accigliata.
«Come sei ritrosa. Sei adorabile, lo sai? Sì che lo sai. LO-SAI!» gridò Harley scalciando l’aria. Da sotto il camice spuntarono le gambe sottili, fasciate da leggings variopinti e sdruciti.
Juliet sbuffò. «Mi stai spaventando» spiegò cincischiando con le dita. Gli occhi dorati iniziarono a riempirsi di lacrime, ad arrossarsi. Sbirciavano da sopra le lenti degli occhiali spessi, esaminando l’incedere di Harley. «Non so chi sei. Io ti… Per favore, allontanati. Va’ via!»
«Paura?» strillò la non-dottoressa facendo un occhiolino. «E non ho ancora tirato fuori la pistola!»
Juliet portò le mani in avanti, determinata a mantenere le distanze, ma il disagio che manifestava non faceva altro che infondere a Harley più coraggio. Cosa aveva fatto di male per ritrovarsi a combattere una persona tanto invadente quanto morbosa? Cosa aveva attirato lì, ai confini del mondo, quella sconosciuta?
«Senti, mi stai facendo innervosire. Se non te ne vai subito giuro che…»
«Scappi? Ti metti a urlare? Chiami il Pipistrelluccio muscoloso? Lui non c’è! È morto stecchito» disse Harley allargando il sorriso.
«Ma che diavolo…?»
Le parole di Juliet si strozzarono in gola, bloccando il flusso d’aria e le corde vocali. Goccioline di sudore iniziarono a imperlare la fronte lucida, colando lungo le tempie e finendo per rigare le guance arrossate.
Harley stringeva in pugno una pistola dalla canna lunga e lucente. L’aveva estratta rapidamente dalla tasca interna del camice e la puntava dritta alla bocca di Juliet.
«Un bacio» ridacchiò Harley, «un bacio dal sapore metallico e poi il fuoco. Così: BOOM!»

Due
Statisticamente, ogni due secondi, c’è qualcuno – abitante del globo terraqueo – che maledice la vita. Ognuno ha le sue buone ragioni per farlo, beninteso, ma se ci fermassimo un attimo a riflettere capiremmo che è tutta colpa nostra. Solo nostra.
Juliet era completamente bagnata e maledisse la vita, la collina e il mondo intero. Poi anche Harley, perché sì.
«Qualcuno ti ha inviato per rovinarmi definitivamente l’esistenza?» domandò minacciosa, boccheggiando.
Harley saltellò sul posto, sventolando la pistola energicamente. «Certo che no. Te l’ho fatta! Te l’ho fatta! Piaciuto lo scherzetto?» cantilenò.
Quelle grida di giubilo resero Juliet ancora più nervosa. La maglietta che indossava era completamente zuppa, così pure il viso e i capelli, appiccicati fastidiosamente sulla fronte.
«Sei una stronza» farfugliò Juliet togliendo per un attimo gli occhiali. Il pensiero di strappare dalle mani di Harley la pistola ad acqua le fulminò la mente, ma restò sulle sue.
«Hai un ottimo autocontrollo. Perché non mi prendi a pugni?» commentò Harley, sarcastica.
«Dici?» soffiò Juliet. «Sai una cosa? Ti è andata bene. Prenderti a pugni è l’ultima cosa mi andrebbe di fare in questo momento. Ora te ne vuoi andare? Vattene. ADESSO!»
«Non posso» rispose Harley, diventando improvvisamente seria. La pistola ad acqua le scivolò dalle mani e cadde sull’erba della collina. «Sei stata tu a portarmi qui. Lo hai dimenticato?»
Il cuore di Juliet iniziò a battere un pochino più forte. Inforcò di nuovo gli occhiali e, tirando un bel respiro profondo parlò: «Non scherzare. Non ci conosciamo. Come posso dimenticare qualcuno che non ho mai visto in vita mia?»
«Sono Harley» rispose Harley stiracchiando le braccia dietro la schiena. «Ho sentito il tuo richiamo. Così eccomi qui».
L’espressione seria della non-dottoressa mandò Juliet ancora più in confusione.
«Dev’esserci un errore perché, lo giuro, non ti conosco» spiegò per l’ennesima volta Juliet. «Te l’ho detto, non aspettavo nessuno» aggiunse abbassando lo sguardo.
«Sai che non è vero. Sono stata convocata» replicò Harley, ostinata. «Non desideravi altro che me».
La luna piena illuminava la cima della collina e nient’altro. Oltre quel pezzo di terra solo un manto blu di nulla o qualcosa di più oscuro.
«Sai cos’è questo posto?» fece a un tratto Harley.
Juliet sollevò un sopracciglio e sbuffò la risposta più ovvia che potesse considerare. «Be’, una collina».
«Volevo dire» riprese Harley passando la punta della lingua sul labbro superiore, «cos’è questo posto?»
Juliet esaminò Harley dalla testa ai piedi. Le gambe sottili, il corpo elastico, i lineamenti armoniosi del viso, le ciocche dei capelli colorate. Per un attimo ebbe la strana sensazione di averla inquadrata, poi sbottò: «Me ne vado. Ciao!»
E in effetti si voltò, iniziando camminare, dando le spalle alla luna, strizzando nel frattempo i bordi della maglietta per far gocciolare l’acqua.
«Sei una delusione» strillò inviperita Harley portando le mani alla bocca. «Non si trattano così i propri desideri!»
Juliet si fermò. Non ci fu bisogno di rigirarsi perché Harley, la morbosa Harley, l’aveva già raggiunta e afferrata per le braccia. La non-dottoressa parlò tutto d’un fiato.
«Dormi. Stai sognando. Siamo nella tua mente. Sono una proiezione di uno dei tuoi desideri più ricorrenti dell’ultimo mese. Questo posto non è casa tua. È la tua testa. Sono qui. E ti amo, come volevi».

sabato 22 agosto 2015

La vita in generale, presentazione di Tito Faraci a Brindisi

Ho scoperto quasi per caso della presentazione di Tito Faraci nella mia città. 
È sempre complesso definire il quadro culturale di Brindisi, perché - sembrerà assurdo - a volte sembra quasi che qualcuno si impegni a non promuovere certi eventi come si dovrebbe. Ma non voglio dilungarmi raccontando di certe dinamiche astruse e misteriose. 

Ieri, in occasione del decimo appuntamento della rassegna letteraria "Il Segnalibro" organizzato da Feltrinelli Point di Brindisi, Tito Faraci ha presentato il suo romanzo La vita in generale (Feltrinelli 2015). L'incontro si è svolto nel caratteristico cortile dell'ex convento Scuole Pie, nel centro storico. Prima dell'inizio della chiacchierata ho avuto modo di scambiare qualche parola con Faraci. Lo seguo come lettore da diversi anni, apprezzando soprattutto le sue storie su Topolino. Gente come lui l'ho incontrata al massimo al Lucca Comics & Games, ma mai a due passi da casa. Be', è stato forte. Anche per le dediche sulla copia de La vita in generale e sul numero speciale di Topolino dedicato al compleanno di Paperino (giugno 2014). 

Com'era lecito aspettarsi, nel corso della presentazione si è parlato molto di fumetto, anche se il primo argomento di discussione è stato il romanzo, più nello specifico l'illustrazione di Paolo  Bacilieri, scoperta un po' a sorpresa da Faraci, come lui stesso ha raccontanto al pubblico e a Salvatore Vetrugno, moderatore dell'incontro, giornalista e fissato degli spoiler... 

La sinossi

Il Generale, Mario Castelli, è stato alla guida di un’azienda, ha avuto una bella famiglia, ha avuto molto dalla vita. Ora non ha più niente. La sua è stata una discesa veloce, inarrestabile, provocata da un imprevedibile tradimento. Dopo la galera, scivolare in basso è stato più facile di quanto potesse immaginare. Ora vive insieme ad altre creature notturne negli anfratti dei senzatetto, dei disperati, dei barboni. Eppure, anche lì, gli uomini e le donne con cui divide la nuova condizione di dropout gli riconoscono la naturale autorevolezza di chi sa come ci si muove nel mondo. Lo chiamano come lo chiamavano in azienda, il Generale.
Tutto procede finché la giovane Rita, che ha studiato il suo caso, si mette sulle sue tracce: vorrebbe che l’azienda paterna non fosse assorbita da una combinata franco-cinese e sa che il Generale ha le competenze per aiutarla. Bella come una regina che illumina la notte, Rita conquista la sua fiducia. Da quel momento in poi, l’avventura di Mario Castelli si muove in un teatro di pescecani, manager assatanati, gelidi manipolatori che ben conosce. Sono personaggi vecchi e nuovi, facce diventate maschere e maschere con duplice identità.
Come nella grande tradizione del teatro popolare la miseria fa ridere, come nella letteratura popolare la vendetta produce peripezie, azione e riscatto.
Frank Capra, Topolino, Totò, Il conte di Montecristo – Tito Faraci porta l’audacia delle storie dei fumetti dentro un romanzo comico-sociale vorticoso e appassionante. 

Il romanzo non ha un target preciso. Faraci ha infatti affermato che è un libro per tutti coloro che amano leggere, a prescindere dall'età. Il protagonista da lui creato ha perso tutto. "Per rinascere, bisogna prima morire. E io sono stato un uomo morto" riporta la quarta di copertina. Perché Mario Castelli, il Generale, ha preso forma e nasce da due particolari paure: il fallimento e il tradimento. Fallimento economico, il terrore di non farcela, di non poter andare avanti; tradimento di un amico, la paura di essere ferito in amicizia. 




Sempre a proposito del protagonista e dei personaggi, Tito Faraci ha dichiarato di aver lavorato molto sul ritmo e sulla costruzione del cast e di essere stato scrupoloso nelle descrizioni: "Scrivere non è descrivere, dicono in molti, ma essere in grado di farlo aiuta il lettore e non è un male". 
Attento a evitare i continui giri di parole e gli spoiler del giornalista, l'autore di alcune delle più importanti storie a fumetti del panorama italiano e internazionale ha parlato anche del bisogno di utilizzare molti personaggi per dar vita al tipo di trama de La vita in generale: "Mi ha aiutato caratterizzare in maniera netta, precisa; ho trovato utile lavorare sui nomi, anche insieme al mio editore. Molti dei personaggi sono dei senzatetto e hanno tutti soprannomi che aiutano il lettore a identificarli e a ricordarli meglio. Ce li avevo tutti perfettamente in testa, anche chi aveva poche righe di descrizione. Alcuni sapevo esattamente com'erano fatti fisicamente".

Per quanto riguarda il versante fumetto, Faraci ha parlato delle sue esperienze nel settore, del fatto che scrive molto volentieri per Diabolik e della sua formazione e ispirazione. È infatti Devil - l'avvocato e supereroe cieco della Marvel Comics - ad averlo formato e appassionato. 

Artista a scrittore a tutto tondo, Faraci ha speso qualche parola anche a proposito dei suoi prossimi progetti, uno dei quali in ambito musicale, in collaborazioe con Giorgio Ciccarelli. Dodici commeventi testi per Le Cose Cambiano, album in uscita a novembre e primo solista del chitarrista dei Afterhours: "Ho scritto questo disco. Sono molto contento perché secondo me è bellissimo. Sono felicissimo e incazzato! Perché mi dispiace comparire solo nei credits, non sarò io a cantare né a raccogliere i reggiseni lanciati sul palco" ha scherzato Faraci. 

Ho trovato l'incontro molto interessante. In alcune confessioni d'autore mi ci sono ritrovato parecchio, e laddove si è parlato di personaggi, di nomignoli e descrizioni, ho capito e avuto conferma di quanto sia duro, odioso, frustrante e bellissimo scrivere una storia.



venerdì 21 agosto 2015

Ant-Man

Finalmente ho visto Ant-Man. Il cinema estivo è un'esperienza rilassante, per certi aspetti. Fuori caldo, in sala freddo, poi il biglietto, il chiacchiericcio, l'attesa e infine il film. Ieri, sfortunatamente, ho beccato un terzetto molto maleducato. Devo dire che non mi capitava da un po'. Non me la prendo con i due bambini piccoli che Mr Rozzo ha trascinato al cinema. Parlare al telefono e mangiare come un facocero pacchi e pacchi di patatine come se non ci fosse nessun altro nelle vicinanze non è normale. 
Comunque. Il film non era male e queste sono le cose che mi sono piaciute e piaciute meno. 

Piaciute

- Presentare e caratterizzare in poche mosse un personaggio meno noto del mondo Marvel. Ho scoperto Ant-Man seguendo la serie animata degli Avengers. In quel caso era Hank Pym l'uomo formica. Un Avengers di tutto rispetto, e mi ha fatto piacere vedere come sia stato trattato in questo film, anche grazie all'interpretazine di Michael Douglas
- Trama. Sapevo di trovarmi di fronte a un heist film. È stato senza dubbio divertente, una buona scelta da parte di Marvel Studios, intelligente a non calcare troppo la mano, lasciandosi sì ispirare da tipologie alla Ocean's Twelve e compagnia bella, ma senza dimenticare di dover continuare a tirare il carrozzone del Marvel Cinematic Universe.
- Effetti visivi ed effetti speciali. Da bambino andavo matto per Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi... la scena della formica in giardino! Be', in Ant-Man è stato altrettanto forte.
- Evangeline Lilly. Sia lei che il suo personaggio avevano una voglia matta di entrare in azione. Bella, brava e assolutamente in parte. A presto, Wasp! 

Piaciute meno

- Il cattivone. Non male l'idea dell'apprendista che supera il maestro. È un meccanismo che, per quanto ormai poco originale, funziona. Apprezzabile anche l'intento di caratterizzarlo come una specie di eterno bambinone che gioca con la tecnologia e non sa bene cosa fare per la metà del tempo. Tuttavia a conti fatti non mi ha mai dato l'impressione di essere una minaccia. Ha fatto più danni il trenino Thomas gigante... 
- Il film stenta a decollare. La prima mezz'ora abbondante mi ha fatto sbadigliare, e per un attimo ho temuto il peggio. 


Questo è quanto. Alla prossima!

giovedì 20 agosto 2015

Se non si fosse capito dalle cose che scrivo sui miei profili, in questo periodo sto riguardando Lost. Ormai è da diverse settimane che sono rientrato nel loop. Dalla prima volta sono passati diversi anni, e come all'epoca è estate, il che etichetta Lost come serie tipicamente estiva, per quanto mi riguarda.

Non sono andato espressamente a recuperare le puntate sull'hard disk. È colpa di mio fratello. Io volevo vedere Sense8 e finire la prima stagione di Star Wars: Rebels (ne ho parlato: qui). Lui aveva  voglia di rivedere tutte le stagioni, io non proprio. Poi però ho iniziato a buttarci un occhio ogni tanto, e quell'"ogni tanto" presto è diventato "troppo ogni tanto", fino a quando non mi sono ritrovato incollato alla TV.

Sono molto legato a Lost. È la serie che mi ha introdotto nell'epoca moderna dell'intrattenimento da piccolo schermo, che ha segnato davvero un periodo storico e che è stato un punto di inizio per tutto ciò che è venuto dopo.

Per quanto sia stato criticato, giustamente o ingiustamente, Lost è una cosa potente. Perché quando stai male, soffri, ridi e ti disperi per le sorti dei personaggi, tutto il resto (quasi) non conta.




"Because all we really need to survive is one person who truly loves us"