venerdì 29 novembre 2013

Cose nuove

Questi sono i primissimi studi di un nuovo progetto. 
Non sarò da solo. Ad accompagnarmi nel periglioso, lungo viaggio ci sarà un giovine chiamato Alessandro. Insieme, abbiamo deciso di pubblicare una manciata di sketch a testa; protagonisti principali, qualche dettaglio e un po' di ambientazione. Il progetto è in fase di sviluppo e molto presto arriveranno delle novità e altre informazioni. 

Di Alessandro Marra (trovate il suo Deviantart: qui)







Del  sottoscritto












lunedì 11 novembre 2013

Alla ricerca di Polly

È una cosa che ho scritto un pomeriggio prima di partire per Lucca. Ero pieno d'ansia (più del solito) e l'ho sfogata così. Succedono un sacco di cose e non succede niente. Grazie preventivo a chi avrà perderà cinque minuti del suo tempo appresso a Dean che cerca Polly.

***


“Indovino sempre ciò che meriti”.
Sul pezzo di carta sbiadito quella frase era l’unica leggibile dell’intero messaggio. Era l’unica di senso compiuto, in effetti, ma a Dean l’avvertimento non metteva per niente paura.
«Ripetilo, Dean» disse una voce femminile.
«Trovare i due uomini nel deserto e chiedere di Polly» rispose annoiato Dean appallottolando il messaggio. «E passare inosservato» aggiunse. «Devo ripeterlo ancora? Perché inizio a sentirmi stupido».
«Va bene così». La donna sorrise, alzando gli occhi e incrociando quelli di lui. «Puoi andare. Buona fortuna».
«Finalmente. Sicura, nient’altro? Chissà quando tornerò, se tornerò. Fai ancora in tempo a… ahi!»
La donna morse il labbro inferiore di Dean prima di premere le labbra carnose contro le sue. «Sento il sapore del metallo» disse interrompendo il contatto.
Dean portò una mano alla bocca, tamponando il labbro inferiore con l’indice e l’anulare. Sangue. Guardò subito preoccupato la donna che aveva di fronte, nuda, occhi chiari e un caschetto di capelli scuri. «Devo andare, ora, è tardi».
Dean uscì dalla stretta cabina metallica nel quale si trovava, accolto dal caldo del deserto. Vide per un’ultima volta gli occhi freddi della donna, dopodiché richiuse la porta della cabina, che scomparve all’improvviso in un risucchio d’aria.
A parte la sabbia e qualche cactus intorno non c’era nulla. Non un alito di vento, niente ombra e soprattutto nessuna traccia di forme di vita umane.
«Due uomini. Chiedere di Polly» ripeté Dean boccheggiando e iniziando già a sudare. Tolse la maglietta per avvolgerla a mo’ di turbante sulla testa. Uno, due, tre passi. Un vecchio camper spuntò lentamente dal niente, plasmato dall’effetto deformante della calura. Avvicinandosi circospetto al veicolo fermo, Dean notò del fumo rossastro fuoriuscire dal tettuccio.
«Serve aiuto?» tossì bruscamente un uomo uscendo dal camper e intercettando Dean. Indossava un grembiule di plastica verde e aveva l’aria stanca.
«Cerco una ragazza. Polly» specificò Dean. «Sto cercando Polly».
«Polly» disse l’uomo con un altro brutto colpo di tosse. «Tu… tu devi essere lui!»
Dean non rispose.
«Sei lui» insistette l’uomo indicando Dean con una mano tremante, «ti ha mandato lei».
«Mi scusi, signore, ma non capisco. Sto cercando Polly. Può aiutarmi?»
«Cerchi Polly, questo l’ho capito». Il grembiule verde iniziò a sciogliersi e a fumare. «Entra nel camper» diceva l’uomo circondato dal fumo.
Dean saltò automaticamente all’indietro. Lingue di fuoco avvolsero il corpo dell’individuo con il grembiule che continuava a parlare. «Entra nel camper. Cerchi Polly. Entra nel camper». Si lasciò bruciare in pochi secondi fino a trasformarsi in mucchietto di cenere.
«Fiuuu, autocombustione» fischiò Dean, «che brusco trapasso». Osservò il camper. Cercava due uomini. Sospettava di poter trovare tutt’altro dentro quel trabiccolo, non Polly, ma allo stesso tempo sapeva che avrebbe fatto meglio ad accettare l’invito del morto carbonizzato.

Fredde catene nella notte. Un branco di cani alti due metri e con la bava alla bocca la circondavano. L’odore della pioggia incombente si mischiava a quello pungente di marcio che emanavano le bestie.
«Carina, perché non ti togli i vestiti?» disse un ragazzo ridendo sguaiatamente.
«Sì, Polly, toglili, altrimenti facciamo noi» sbraitò divertito un altro strattonando uno dei cani al guinzaglio. Gli occhi senza pupille dell’animale si macchiarono di rosso.
Polly disse qualcosa all’indirizzo dei ragazzi con i cani al guinzaglio ma Dean non riuscì a sentirla; un ringhio raccapricciante di una delle bestie coprì la voce della ragazza che indietreggiò di qualche passo.
Dalla una finestrella semiaperta del camper Dean assisteva alla scena pensando a quando e come intervenire per recuperare la persona che cercava. L’interno del veicolo era buio, si distinguevano pochi oggetti; un tavolo pieno zeppo di ampolle di vetro e una bombola del gas portatile. Per terra in un angolo, vicino al cubicolo che doveva essere il bagno, un ragazzo si lamentava nel sonno. L’ambiente era impregnato da un forte odore di prodotti chimici che Dean iniziava a non sopportare più. «Piantala» l’esclamò all’indirizzo del ragazzo. «Sto cercando di pensare. Quelli fanno sul serio!»
Dean spiò ancora fuori dalla finestrella. Polly era stretta nel cerchio, i cani le ringhiavano contro, sovrastandola, frenati solo dalle catene che i padroni tenevano in pugno. L’unico fatto positivo era che il portale aveva funzionato; entrare nel camper lo aveva avvicinato all’obiettivo e i due uomini erano quelli giusti, anche se uno aveva preso fuoco al primo colpo e l’altro restava tramortito tra sonno e veglia.
“Indovino sempre ciò che meriti”. I pensieri di Dean andarono per un attimo all’avvertimento scarabocchiato sul pezzo di carta. Serrò la mascella e chiuse gli occhi. «Maledizione» sibilò. «Non merito di finire in pasto a dei cani giganti!»
Il ragazzo nell’angolo iniziò a russare sonoramente. «Sogni d’oro» disse Dean paralizzato dalla rabbia. «Perché non mi aiuti? Ehi!» Afferrò una delle ampolle sul tavolo e la lanciò. Un rumore secco, di vetro in frantumi. Il russare cessò ma il ragazzo continuò a dormire.
Polly urlava, urlava a squarciagola. Il testone di uno dei cani era a pochi centimetri dalla sua faccia. «Forza, gente, spogliatela» ordinò uno della banda.
A Dean si drizzarono i peli del collo. Spinto dalla disperazione spalancò la porta malandata del camper. «Lasciatela andare» urlò serrando i pugni.
La banda e i cani, lì lì per consumare la violenza, si fermarono all’istante. La notte era fredda e il paesaggio era dominato da cataste di rottami d’auto. In cielo la luna era un sottile arco argentato in un infinito blu profondo.
«Saresti, bel tipetto?» chiese il capo della banda strattonando il suo animale. Il cane ringhiò sputacchiando bava giallastra. «E perché diavolo hai quello straccio in testa?»
Allora Dean ricordò di avere ancora la maglia legata in fronte. La tolse via con un gesto veloce e la indossò. «Lasciatela» disse indicando Polly in ginocchio, gli occhi arrossati.
La banda puntò immediatamente Dean. I cani sguinzagliati graffiarono la terra con le zampe e si lanciarono a testa bassa nella sua direzione. Dean non poté fare altro che rifugiarsi in fretta e furia dentro il camper. Con le spalle riusciva a stento a tenere la porta chiusa. «Aiuto!» gridò respirando a pieni polmoni l’odore di prodotti chimici.
Le bestie spingevano, ringhiavano e graffiavano inferocite, facendo tintinnare le catene. Dean le sentiva e considerava che da un momento all’altro l’avrebbero fatto a pezzi. Gli artigli di un cane si conficcarono nella lamiera del camper, graffiando Dean a un braccio. Una seconda zampata lo colpì a un fianco, facendolo piegare sulle ginocchia. Poi nella porta si aprì un varco.
BANG.
BANG.
BANG.
BANG.
BANG.
A Dean fischiavano le orecchie. Ai colpi d’arma da fuoco seguirono gli uggiolii dei cani e strani gorgoglii. Le grosse zampe conficcate nella porta del camper si ritirarono verso l’esterno. Per il momento, Dean era salvo.
«Stronzo. Che ti costava svegliarmi?»
Il ragazzo addormentato era in piedi nella semioscurità del camper, in mano impugnava una pistola di piccolo calibro. «Stai bene, bello?»
«Credo di sì» rispose Dean osservando con occhi sbarrati prima la sagoma del ragazzo poi i fori di proiettile che avevano bucato la porta, sfiorandolo miracolosamente.
«Visto? Ho un ottima mira».
«Già» rispose Dean incerto. «Grazie, comunque. Ora che si fa?»
«Ah, non lo so. Sei tu che devi recuperare la ragazza, no? Ti ha mandato lei, tu sei lui. Io e Booker dovevamo solo coprirti le spalle».
«Booker? Intendi il tipo con il grembiule».
«Yo, bello, proprio lui!»
«Capisco» rispose Dean deluso. «Oddio, Polly è ancora là fuori!» Si rialzò di scatto, sbattendo poi la testa contro un mobiletto.
«Salvala, bello, anche se non è quello che meriti».
La puzza di marcio emanata dai cadaveri dei cani dietro la porta iniziò a penetrare nel veicolo, mescolandosi alle esalazioni chimiche. Dean trasalì. «Che cosa hai detto?» Si voltò. Il ragazzo era sparito.
La notte si arricchì di un’intensa e fastidiosa nebbiolina. Fuori, Dean superò i cadaveri puzzolenti delle bestie. Dei ragazzi della banda erano rimasti in due, immobili, distesi in terra poco lontano dal camper in pozze di sangue scuro.
«Polly?»
Dean si avvicinò lentamente alla ragazza. Tremava, raggomitolata su se stessa. «Sono qui per aiutarti. È finita».

Insieme rientrarono nel camper.
«Chi sei?»
«Sono Dean» rispose lui con il miglior sorriso che riuscì a esprimere.
Polly non doveva avere più di venti anni, un groviglio di capelli castani tendenti al rosso che incorniciavano un viso minuto e dalla pelle color latte. Dean non riuscì a trattenere la soddisfazione. «Ti ho salvata, ora sei al sicuro. Devo solo capire come funziona questo portale».
«Portale?» domandò confusa la ragazza.
«Precisamente. Questo camper schifoso ci porterà lontano da questo brutto posto. Ritornerai a casa in un batter d’occhio, se solo…»
«Ma io non voglio ritornare a casa».
«Certo che lo vuoi» esclamò Dean. «Sono qui apposta».
Polly si appoggiò al tavolo, evitando le ampolle di vetro. «Sono stanca».
«Una volta a casa riposerai per una settimana intera. Coraggio, credo di aver capito come funziona» rispose rovistando in un armadietto.
Dean chiuse ermeticamente tutte le finestrelle e le bocche dell’aria. Riposizionò la porta nei cardini e tappò i fori di proiettile con del nastro adesivo. «Manca il tocco finale» disse sorridendo a Polly. Ruotò la manopola della bombola del gas. La sostanza invisibile invase l’aria, coprendo gli odori di prodotti chimici e facendo crollare Dean e Polly in un sonno profondo.

La missione era quasi giunta al termine. «Se evito di considerare il pazzo che si è dato fuoco, i cani giganti che stavano per squartarmi e un mezzo addormentato dal grilletto facile, non ho poi faticato molto, eh?»
Dean aprì gli occhi. «Ho detto qualcosa?»
«Farneticavi su quello che ti è accaduto» rispose la dolce vocina di Polly. Era ancora aggrappata al tavolo. «Non mi hai ancora detto perché mi hai salvata».
«Eri in pericolo. Perché non mi ringrazi e basta?»
«Lo farei se ne avessi motivo» rispose lei. «Non ti ho chiesto nessun aiuto».
«Bella ingrata che sei». Dean aprì la porta del camper. Il caldo soffocante del deserto lo accolse per la seconda volta, il sole lo costrinse a chiudere gli occhi, sentendo le pupille rimpicciolirsi dietro le palpebre. «Vuoi rimanere lì o vieni con me? Ti riporto a casa».
«Non voglio ritornare a casa».
Gli occhi di Dean lampeggiarono. «E invece ci vieni!» Afferrò Polly per un polso e la trascinò con forza fuori dal camper.
«Lasciami andare!»
«È l’ultima cosa che ho intenzione di fare. Questo è il mio lavoro, okay? Trovare persone scomparse. Mi è stato chiesto di riportarti a casa ed è quello che farò».
Polly continuò a dimenarsi, alzando nuvoloni di sabbia a ogni passo, fino a quando non ebbe più le forze per lottare. «Chi te lo ha chiesto? Per chi lavori?»
«Il mio capo» rispose Dean.
La cabina metallica comparve davanti a loro come un miraggio. «Ora busso ed entriamo, e tu starai calma al tuo posto» spiegò Dean asciugando il sudore dalla fronte con un lembo della maglietta.
All’interno della cabina, spoglia e asettica, c’era una temperatura gradevole. «Bentornato» disse la donna nuda sorridendo.
«Eccola qua» rispose Dean. «Missione compiuta».
«Sei stato bravo, nonché rapido».
«Ho rischiato la pelle» si lamentò Dean. «Questo nel contratto non era previsto».
«Be’, sei al nostro servizio e devi accettare qualunque incarico».
«Ma non lo meritavo».
«Forse» ridacchiò la donna.  «Ora sai cosa devi fare. Baciala».
Dean guardò Polly che a sua volta osservava disgustata la donna nuda. La ragazza cercò di aprire la porta della cabina metallica per fuggire ma fu inutile. Dean afferrò Polly per le braccia spingendola verso la parete. Riassaporò il gusto del sangue, il morso e il bacio della donna nuda. Gli occhi di Polly si spensero.
Quelle labbra erano gelate e viscose. L’atto appassionato trasformò la cabina in un vortice di materia scura. Dean interruppe il bacio con Polly, rendendosi conto che la ragazza era sparita. La donna nuda svanì poco dopo lasciando impressa nell’oscura sostanza un sorriso maligno. Dean, impietrito, non ebbe modo di reagire, risucchiato dalla materia nera con l’intera cabina.
Il risveglio portò a Dean fitte acute di dolore. Non poteva muoversi. Legacci stretti alle caviglie e ai polsi lo tenevano fermo a letto, un letto d’ospedale, lo stesso delle ultime quattro settimane. Per un attimo ebbe la sensazione di sentire i latrati dei cani giganti, le catene, l’odore forte delle sostanze chimiche. Ma i latrati e le catene erano i cigolii sordi del suo letto che veniva spinto in avanti e l’odore quello della sala operatoria.
«Signor Bowen, è pronto?» Un uomo con un grembiule verde parlò a Dean; anche dietro la mascherina da chirurgo riuscì a riconoscerlo.
«Pronto» rispose Dean. «Dottore?»
«Dica, signor Bowen» rispose l’uomo preparando una siringa. C’erano altri dottori intorno, Dean li sentiva, come segugi infernali pronti a sventrarlo con pinze e altri attrezzi d’acciaio.
«Non merito tutto questo».
Il dottore abbassò la mascherina. «Nessuno lo merita, signor Bowen. L’ospite – chiamiamolo così – all’interno del suo cervello è uguale a qualunque altra malattia a questo mondo. Nessuno lo merita, su questo saremo entrambi d’accordo. La paura, signor Bowen, è lei a indovinare cosa meritiamo, se glielo lasciamo credere. Cerchi di stare calmo, Dean. Questa è la sua missione più importante».
La siringa penetrò la pelle con estrema lentezza. Dean chiuse gli occhi per l’ennesima volta, il tempo necessario per chiedere scusa a Polly per quel bacio rubato.

mercoledì 6 novembre 2013

Thor: The Dark World

Ritornare da Lucca Comics & Games è sempre uno shock. Passare da giornate intensissime e sfiancanti a... le solite cose. 

Trovo il tempo per spendere due parole su Thor: The Dark World visto prima di partire per la Toscana. Avrei dovuto vederlo lì a Lucca - evento clou della sezione Movie del festival - ma cogliendo un'occasione al volo l'ho guardato prima della trasferta ed è stato meglio così. 
Poco da dire, sostanzialmente. Un sequel che non mi ha entusiasmato più del necessario; prosegue senza grosse sorprese la Fase Due Marvel Studio - iniziata con il modesto Iron Man 3 - dopo l'ormai leggendaria "battaglia di New York" vista in The Avengers.

Thor ritorna. Deve salvare la Terra e i Nove Regni da un antico nemico. Per sconfiggere 'sto muso lungo (il "perfido" Malekith) chiede aiuto a Loki "belli capelli", temporanea alleanza che diventa uno dei punti focali di questo sequel. 

Il film di Alan Taylor non brilla certo per inventiva. Il soggetto è semplice, come da copione; quella semplicità imbarazzante che lascia la sensazione di incompiuto. Alcuni passaggi nella sceneggiatura, soprattutto nella prima mezz'ora, risultano veramente troppo veloci e posticci. C'è qualcosa che non funziona e le domande sorgono spontanee... ma, ehi! è pur sempre uno show Marvel. 
Nemmeno un paio di colpi di scena piazzati qua e là salvano la faccia al terzetto di sceneggiatori (tali Christopher Yost, Christopher Markus e Stephen McFeely), i quali ci mettono tanta buona volontà, ma in fin dei conti anche i bambini sanno che Loki fa solo il burlone e non sta davvero aiutando Thor.

Il personaggio interpretato dal buon Tom Hiddleston ormai è una specie di fantoccio, figo sì, ma come mi faceva notare qualche giorno fa un amico, entrato nel pieno giro dei cattivi disneyani, "costretti" a impersonificare il male facendo ridere.Tant'è vero che è diventato un idolo delle folle, anche protagonista di tante fan art gaye con il fratellone biondo. 
Eppure il film sembra decollare proprio con l'entrata in scena di Loki (dopo una buona mezz'ora), in azione per sostenere il piano di Thor, per la terza volta interpretato da un discreto Chris Hemsworth.

Niente, senza troppe emozioni si arriva fino alle scene dopo i titoli di coda (sono due) paradossalmente soddisfatti. C'è almeno una scena che vale da sola tutto il film, più altri siparietti apprezzabili dai più. Niente da segnalare per il comparto tecnico, se non alcuni concept e azioni che sembrano copiati e incollati senza troppi complimenti da Star Wars.

In definitiva, tirando le somme e chiudendo un occhio, Thor: The Dark World mi ha comunque divertito e intrattenuto.

Irrilevante, come sempre, il 3D.